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VINNIE MOORE Defying Gravity

Giovanni Canu

Nuova release per il riccioluto axeman americano...l'album, ottimamente prodotto, prosegue sulla falsariga del predecessore The Maze che a me era piaciuto veramente tanto... come sempre re Vinnie ha portato a corte il meglio che il mercato possa offrire in quanto a compagni di scorribande solistiche... parlo di mr.Steve Smith alla batteria, David Rosenthal alle tastiere e Dave la Rue al basso. Il cd comprende 12 pezzi strumentali, alcuni acustici, per un totale di 56 minuti di vero rock venato di neoclassico. Ok mi rendo conto che la maestria degli uomini in campo farebbe sembrare pura ispirazione anche il più inflazionato dei jingle natalizi ma questo è veramente un album ben riuscito. Si parte con la title track, smaliziata song, dove neanche a farlo apposta Smith da prova di saperci fare anche in pezzi "duri" e dall'andamento sostenuto,anche se la sensazione di deja-vù con The Maze è qui più forte che mai, per proseguiore con Out and Beyond che a mio avviso è forse uno degli episodi chitarristici meglio riusciti degli ultimi anni in quanto a produzioni soliste... l'intro è sognante e il pezzo si snoda in un'atmosfera non troppo impegnativa emotivamente ma quando è il momento di fare sul serio Vinnie impugna la sei corde da vero maestro e con sequenze di tapping mozzafiato spazza via il 90 per cento dei chitarristi americani dediti al "virtuosismo" il tutto senza perdere d'occhio l'economia del pezzo... Last road home si compone di 4 minuti e mezzo di furia melodica su chitarra acustica in cui Vinnie si esibisce con uno dei suoi colpi prelibati: una serie di terzine di sedicesimi ad una velocità d'esecuzione dalla quale neanche lo shredder più smaliziato penserebbe di uscirne vivo. Fantastico. Alexander the great è un brano che sembra uscito da album quali Time Odissey... Neoclassico e rock si fondono insieme in una miscela esplosiva mai noiosa. The voice within è un intermezzo in cui Moore dice e non dice tenendo bene a freno il suo micidiale potenziale pirotecnico. Potenziale che nelle successive If i could e House with a thousand rooms resta ancora imbrigliato in favore di situazioni più pacate e bluseggianti. Potenziale che esplode alla grande in Awaken the madman,dove il chitarrista è semplicemente spettacolare per tecnica ,velocità e melodia... In the blink of an eye è un altro episodio veramente notevole,così come gli altri 3 pezzi che compongono l'opera. Insomma massimo rispetto Vinnie. Disco altamente consigliato a chi vive di pane e chitarra.


IRON MAIDEN Brave New World (Emi)

Lorenzo Zarone

Alla fine dell’ascolto di questo album non ho potuto trattenere le mani da un corposo applauso; GRANDI MAIDEN!!! A più di vent’anni dalla loro prima uscita un album colossale con una produzione a dir poco perfetta che enfatizza ancor di più i dieci brani contenuti in questo “Brave New World”. I pezzi proposti possono essere collocati sulla linea di quelli che hanno reso famosa la band e segnano un ritorno alle origini in termini di stile e di sound. In questi dieci brani ci sono tutte le caratteristiche principali che contraddistinguono la più famosa metal band della storia: la grande energia sprigionata che coinvolge l’ascoltatore, le accattivanti melodie di chitarra che ronzano nelle orecchie per giorni e giorni, i giri di basso al fulmicotone eseguiti alla perfezione dal maestro “Steve” e infine l’incredibile performance canora di Bruce Dickinson.
Quasi impossibile citare brani più belli o meno belli ma una particolare attenzione per: “The wicker man, Brave new world, The nomad”. A tutti gli appassionati del metal, non perdetevi quest’album; prima di ascoltarlo ero convinto che il ritorno di Bruce Dickinson e Adrian Smith fosse soltanto una mossa commerciale e attedevo il loro definitivo “flop”, mi son dovuto ricredere, e per punizione alla mia sfiducia verso la “Vergine di ferro” per i prossimi vent’anni ascolterò “Brave New World” con un cappello d’asino nell’angolo della mia stanza.


IRON MAIDEN Remastered Editions (Emi)

Luca Pappalardo & Lorenzo Zarone

Iron Maiden will never die! Finalmente la EMI ha dato in pasto ai fans della “Vergine di ferro” le versioni rimasterizzate dei primi dodici album, ed è una ristampa del tutto particolare consona all’importanza e alla grandezza del gruppo londinese.
Gli album sono stati impreziositi da un curatissimo booklet di 24 pagine contenente tutti i testi, foto e informazioni sui nostri idoli; e non è finita qui, il CD ha una speciale sezione multimediale che comprende i video dei singoli, la storia del gruppo e dei tour la biografia della band, le esclusive gallerie di foto, i siti internet e molte altre informazioni e curiosità sulla più importante metal band della storia.
In quanto alla qualità sonora e video, esse sono pressoché perfette grazie a una produzione che solo gli Iron Maiden potevano accalappiarsi e che farà sicuramente la felicità di ciascun heavy metaller. Attenzione: quando, dopo aver acquistato i dodici CD, porrete la collezione nel vostro bel armadietto vi apparirà un immagine del mitico Eddie. Grandi Maiden!!!


LABYRINTH Sons Of Thunder

Giovanni Canu

Giunti al terzo full lenght, la band di Thorsen e company da prova, qualora ce ne fosse bisogno, del fatto ormai assodato che il power made in Italy sembra essere ormai giunto ad un livello compositivo molto alto.
Nell’album, confezionato come sempre alla grande, sono presenti 10 brani di puro stampo power metal, ma non mancano innovazioni, soprattutto a livello sonoro, in quanto la produzione si discosta dai classici canoni del disco power alla “tedesca”. Infatti qui il tutto suona in modo meno brillante ma ben più crudo e coinvolgente. Sembra il trionfo dell’analogico sul più freddo digitale.
Si apre con la veloce CHAPTER 1, song tipica del bagaglio compositivo Labyrinth, per proseguire con Katrhyn sostenuta da una trama di basso semplice ma efficace perché giocata su anticipi di tempo… La title track sembra estratta dal fortunato precedente lp ma l’energia e la melodia non difettano affatto. Elegy è un sapiente mix di energia e momenti riflessivi più intensi ottimamente incastonati nell’atmosfera del disco… Behind The Mask è il brano a mio avviso di minor consistenza in cui la melodia non riesce ad esprimersi al meglio.
Situazione opposta per Touch The Rainbow sicuramente il miglior brano del disco. Tecnica, melodia e intrecci raffinati di voce e chitarra la fanno da padrone.
Non manca neanche il brano con l’intro strappalacrime. Infatti Save Me racchiude in sé ritornelli molto orecchiabili, anche se qualche accelerazione stride un po con la bellezza dell’intro.
C’è anche la rivisitazione di un brano dei Matia Bazar a chiudere il disco… Insomma un lavoro ben fatto che si colloca ai vertici del power europeo. Qui ogni strumento assolve al proprio compito senza spirito di prevaricazione, e sovente la musica fa da trampolino di lancio all’ugola sopraffina di Rob Tyrant come non mai ispirata.
Acquisto altamente consigliato: VOTO 4


MILLENCOLIN PennyBridge Piooners

Luca Lanzetta

I Millencolin sono più americani degli americani stessi, e nonostante vengano dalla Svezia, in loro c’è traccia della musica malincolica nordica. Sono semplicemente band dedita al punk rock dei nostri giorni, festaiola e scansonata.
Non aspettatevi da loro innovazione e ricerca perché la mano del loro produttore Brett Gurewitz, dei Bad Religion, è immune ai cambiamenti, nel bene e nel male.
Un album che non ha nulla da invidiare a quelli di Green Day e Blink 182, con canzoni semplici che rimangono immediatamente in memoria con il loro consueto contorno di stacchi partenze fulmini e coretti. Cosa hanno di meno i Mellencolin rispetto ai loro più celebri colleghi??? Nulla, a parte una copertina orrenda che li raffigura come protagonisti di un fumetto di serie C!


NOFX Pump Up The Valiuum

Luca Lanzetta

Una volta trovata la formula vincente, perché abbandonarla? Questo deve essere stato il pensiero dei nostri simpatici NOFX alle prese con il successore del fortunatissimo “Heavy Petting Zoo”.
Largo quindi al punk-rock melodico, scansonato e divertente, con coretti adolescenziali, ritmi speed di facile presa e la gradevole voce del cantante FAT MIKE.
I titoli ed i testi delle canzoni confermano la loro vena ironica, basta infatti citare uno dei pezzi quale “My Vagina”, in cui Fat Mike racconta una sua particolare esperienza alle prese con…ehm…l’avete capito benissimo…o no?
Pump Up The Valiuum rappresenta un cd dalla durata di mezz’ora circa di musica per allietare le proprie ore di tempo libero, cosa volete di più dai NOFX…il sangue?


IN FLAMES Clayman

Lorenzo Zarone

Arrivati alla settima uscita (compresi i due mini “Subterrean” e “Black Ash Inheritance”), possiamo tranquillamente affermare che gli In Flames siano davvero il miglior gruppo death matal di stampo svedese.
Raffinatezza stilistica e stile ineguagliabile nel primo pezzo “Bullet ride” capace di distruggere ogni barriera e di superare ogni ostacolo con ottimi cambi di tempo, alternanza di parti veloci a parti cadenzate, il tutto impreziosito da una competenza tecnica impressionante. Degna di grande nota “Only for the week”, dal lontano gusto goticheggiante e dalla presenza di una sinuosa combinazione, del cantante, di voce pulita e voce sporca; troviamo la semi-ballad “Square nothing” impregnata di tristezza con dei passaggi quasi dark e infine la mitica “Another day in quicksand” veloce e precisa con un ritornello inquietante e strappa orecchi.
Bellissime tutte le altre canzoni sempre ricchissime di spunti interessanti e freschezza compositiva.
Attenzione: dopo l’ascolto non andate “IN FLAMES”.


  U2 All That You Can’t Leave Behind

Giuliano Manzo

I 4 irlandesi più popolari del secolo scorso insieme a James Joyce hanno superato le due decadi di vita e successi senza colpo ferire. La band di Bono ha dimostrato negli anni maturità artistica e coesione che all’interno di un gruppo rock non sono sempre scontati, anzi tutt’altro, gli esempi di clamorosi, illustri, voli del cigno anzitempo abbondano nella storia del rock. All That You Can Leave Behind prende le distanze dagli ultimi lavori del gruppo, soprattutto da Pop il loro album più techno e sperimentale, e “riporta tutto a casa”, ossia al suono più essenziale e spontaneo degli anni ‘ 80 senza però la rabbia socialpolitica di Sunday Bloody Sunday o dell’album The Unforgettable Fire. Negli undici brani del dischetto c’è il mestiere e la perizia dei quattro musicisti, ne hanno ancora da vendere, da Beautiful Day, inno alla semplicità di un giorno qualunque e primo singolo tratto dall’album, all’accorata Grace, passando per l’energica Elevation e la supplica “francescana” Peace On Earth. Il suono dell’intero album riporta a tratti alle cose migliori di Achtung Baby, la direzione sonora è, al solito, nelle mani esperte dei maestri Brian Eno e Daniel Lanois, il songwrighting trasognato e “ispirato” di Bono fanno il resto. Gli U2 inaugurano il rock del nuovo millennio con la semplicità di “tutte le cose che non possiamo lasciarci indietro”, tra cui loro medesimi.


  JIMMY PAGE & THE BLACK CROWES Live at the Greek

Giuliano Manzo

Finalmente disponibile questo strepitoso doppio dal vivo della “ditta” Page/Crowes che sta conquistando gli States a colpi di sold-out, e pare che a Novembre li vedremo anche in Italia, col suo torrenziale sound, esplosiva miscela di guitar blues di zio Page & southern rock dei fratelli Robinson. Il contenuto è inossidabile, basato sui classici degli Zep; si viaggia trattenendo il respiro e si rimane stregati da Heartbreaker a Whole lotta love, da When the leeve breaks a The lemon song in versioni tirate a lucido con tre chitarre tuonanti e l’ugola sudista di Chris Robinson a dettar legge + qualche evergreen del blues “old time” che non guasta mai come Mellow down easy di Willie Dixon, con tanto d’armonica a bocca. Una occasione unica, dunque, questo doppio per ascoltare 2 ore di sanissimo rock blues quasi al prezzo di un solo cd.


  GORAN BREGOVIC Songbook

Giuliano Manzo

La sua Orchestra per Matrimoni e Funerali ha attraversato l’Italia riscuotendo notevole successo, facendoci conoscere un musicista slavo straordinario, che fattosi strada in Europa grazie alle soundtrack composte per l’amico cineasta Kusturica ha saputo in seguito riaffermare la sua capacità come autore “solitario” alzando il velo su un mondo sonoro, quello slavo e rom così vario e ricco di influenze quanto misconusciuto a noi occidentali. Songbook è un mosaico di suggestioni e atmosfere composto da varie collaborazioni che vedono impegnato il Nostro con artisti provenienti da aree geografiche e culturali differenti, c’è la voce di Ofra Haza in una nenia tenerissima, c’è Cesaria Evora che propone la sua Ausencia e si rimane incantati dalla sua interpretazione, oppure cantanti struggenti ma a noi ignoti come il greco George Dalaras o Sezen Asku dalla Turchia. Non manca nemmeno una presenza inattesa, tale Iggi Pop (si proprio lui, l’iguana) alle prese con l’esilarante Get the money. Songbook rappresenta un buon pretesto per immergersi nel misterioso e intrigante patchwork sonoro di un compositore straordinario.


  JIMI HENDRIX Jimi Hendrix Experience

Giuliano Manzo

Hendrix rappresenta l’autore più saccheggiato nella storia del rock. Dal 1970, anno della sua prematura scomparsa, ad oggi è stato pubblicato di tutto, “falsi” inediti, outtakes, live integrali, il suo catalogo è stato per anni in mano ad ingordi produttori senza scrupoli che per lucro hanno spacciato per nuovo ai suoi fans brandelli di brani da loro medesimi ricuciti in studio, assoli campati in aria, etc. Ma finalmente anche per il divino Hendrix è giunto il giorno del riscatto, oggi l’intero scrigno hendrixiano è nelle mani giuste (la sorellastra ed il padre), così nel trentennale della sua morte la Universal ci consegna questa opera monumentale, Hendrix at is best, 4 CD, 56 brani tra inediti “veri” e rarità; ci sono tutte le sue gemme chitarristiche (inutile nominarle) in versioni differenti e a volte migliori delle definitive + live version di pezzi famosi e blues jam infinite. L’opera omnia definitiva, forse, su uno dei più grandi musicisti del secolo trascorso.


  DAVE ALVIN Public Domain

Giuliano Manzo

“Canzoni di pubblico dominio dalle terre desolate”, questa potrebbe essere la traduzione adattata alla nostra lingua per rendere l’idea del fine musicale e artistico di questo nuovo ed ennesimo (capo)lavoro di Mr. Alvin. Dopo Blackjack David il Nostro rimane in tema e “pioneristicamente” continua ad esplorare le radici culturali e musicali d’America, e lo fa a suo modo, rileggendo vecchie canzoni dimenticate di cui non si conosce più l’autore e perciò di pubblico dominio del periodo che và, su per giù, dalla guerra di secessione agli anni 30. Coadiuvato da un combo di ottimi musicisti Dave Alvin interpreta con amore canzoni umili che parlano di umili storie di uomini, di disperati e di banditi, di gente povera alla rincorsa di un sogno come in Shenandoah, Delia, Maggie Campbell, Railroad Bill, che a noi tutti forse non diranno molto nel nome, ma ascoltate per credere con quanto blues folk & bluegrass feeling Dave ce le risuona realizzando almeno in musica la comunione di spirito tra bianchi e neri d’America, il sogno insomma che è stato di ogni grande folksinger di questa nazione da Leadbelly a Woody Guthrie da Bob Dylan a Bruce Springsteen.